Erdogan di un soffio, ma Ataturk è ancora vivo

di Simone Borri

Il Primo Ministro turco Tayyip Erdogan

Il Primo Ministro turco Tayyip Erdogan

Alla fine la Turchia non dimentica il suo padre, Mustafa Kemal Ataturk. Vince Erdogan il referendum sul superpresidenzialismo di marca islamica, ma lo fa con una maggioranza risicata. 51,4%, malgrado il dispiegamento di forze – e di violenze – messo in campo dal Sultano. I turchi riprendono coraggio, dopo le pesanti repressioni seguite al fallito colpo di stato, e gli stampano in faccia un NO sostanziale che ha del clamoroso.

A guidare la rivolta contro il fondamentalismo che vorrebbe riportare l’orologio del paese indietro di oltre cento anni è, come sempre, Istanbul. La metropoli moderna e cosmopolita che con i suoi sedici milioni di abitanti è sempre apparsa come la capitale morale ed effettiva di quella Turchia che aspirava fino a poco tempo fa a diventare sempre più europea, vota NO quasi al 52%, seguita a ruota da Ankara (la capitale, governata da vent’anni dall’A.K.P. il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Erdogan), poi da Smirne, Antalya e tutte le principali città.

Il Sultano si salva grazie al profondo est islamico, l’Anatolia rurale che lui stesso ha contribuito a mantenere in condizioni di opportuna arretratezza. E grazie soprattutto al voto degli emigrati, radicalizzati ad arte dalle sue campagne di propaganda/scontro con Unione Europea, Germania, Olanda. Il voto degli emigrati all’estero, a conti fatti, è risultato decisivo con il 60% a favore della riforma presidenziale.

Erdogan ha picchiato duro, e ha saputo fare bene i suoi conti. Avrà dunque la tanto agognata trasformazione della repubblica turca da parlamentare a presidenziale, con tutte le implicazioni fondamentaliste e scioviniste del caso. E l’Europa si ritrova ai confini storici del Bosforo un soggetto che non è quello a cui aveva dato il proprio sostanziale assenso, ai tempi in cui lo stesso Erdogan prefigurava un futuro comunitario. Prima che la politica disattenta della precedente amministrazione americana contribuisse a spingerlo nelle braccia di tutto ciò che non è occidentale, né guarda all’Occidente in modo amichevole.

Ma sulla reale portata della vittoria del Sultano le valutazioni sono giustamente discordanti. Una opposizione del 48% non è uno scherzo, soprattutto se focalizzata in una metropoli come Istanbul dove è concentrato il 20% della intera popolazione oltre alla gran parte della capacità produttiva e commerciale, e che, per spirito e forza, ha già dimostrato in passato di poter mettere alle corde Erdogan e i suoi giannizzeri.

Valutazioni contrastanti, e atteggiamenti conseguenti. Donald Trump invia a Erdogan un cauto messaggio di congratulazioni, che sicuramente intende emendare la spigolosità della passata politica americana in quell’area ed incentivare il consenso di fatto già manifestato dal Sultano alle recenti iniziative americane in Siria. Molto ma molto più circospetta la Germania che, a nome dell’Unione Europea, calca stamattina l’accento sui diritti civili ed il rispetto per le opposizioni, dopo che il voto ha mostrato «quanto profondamente la società turca sia divisa».

L’O.S.C.E., Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, si mette a capofila di quanti stamattina lamentano brogli elettorali, il referendum «non è stato all’altezza degli standard del Consiglio d’Europa». Erdogan dal canto suo rinfocola le polemiche, quanto ad argomenti e a toni: gli osservatori internazionali, accusa, hanno avuto un «approccio di parte e pregiudiziale».

L’Europa insomma si allontana, mentre l’America è in stand by ma molto meno distante di quattro mesi fa. Ma ciò che conta è che la Turchia sta ritrovando se stessa. No, la Turchia non ha dimenticato Ataturk.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche ad indirizzo storico, e lavora come dipendente nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni ha un posto importante la Fiorentina, è tifoso viola da sempre.


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