Cittadini in armi e cittadini inermi

di Simone Borri

TOPSHOT - French far-right Front National (FN) party's President, Marine Le Pen, gestures as she delivers a speech on stage during the FN's summer congress in Frejus, southern France, on September 18, 2016. Marine Le Pen's slogan reading "In the name of the [French] people" is seen on the rostrum. / AFP / Franck PENNANT (Photo credit should read FRANCK PENNANT/AFP/Getty Images)

Marine Le Pen al ballottaggio per l’Eliseo

FIRENZE – Casca male quest’anno il 25 aprile. All’indomani del primo turno delle elezioni francesi. Domenica i nostri cugini ci hanno dato un’altra lezione, l’ennesima. Nel momento più buio dell’Europa (non solo di Maastricht), si sono inventati un’altra Marianna nelle cui mani mettere il tricolore per mandarla all’assalto di quella Fortezza Europa di cui non solo avventurieri di dubbio talento e molta fortuna come Gabriele Del Grande si sono fatti paladini. Un po’ tutto l’establishment dei media, a giudicare dalla parade su tutte le reti nostrane ad urne francesi appena chiuse.

Ha perso la paura, titolano gli opinion leaders italiani. Già, peccato che quasi la metà dell’elettorato d’Oltralpe è accreditato verosimilmente di fare riferimento proprio a Marianna, Marine Le Pen, che fino a prova contraria (tra due settimane) quel sentimento di paura che non solo i cittadini francesi conoscono bene, et pour cause, lo ha saputo intercettare e interpretare assai bene.

La Francia si sbarazza di una gauche che ormai non rappresenta altro che le scappatelle di Hollande, e manda alla finale per l’Eliseo una nazionalista ed un liberista. Un derby della Destra. Mentre i politologi seri, quelli d’oltre confine, si interrogano con cautela d’obbligo sulla portata – sicuramente storica – dell’evento, gli arruffapopolo nostrani, giornalisti, pseudo-giornalisti e opinionisti da talk show, si scatenano sul molto rumore per nulla di shakespeariana memoria. Di Emmanuel Macron si parla a proposito della sua singolare vita affettiva, vera o presunta. Della Le Pen si parla a proposito di una Guerra d’Algeria che lei ha vissuto più o meno come la maggior parte degli attuali iscritti all’A.N.P.I. ha vissuto da noi la Resistenza: nella mente di Dio. Si parla del fascismo di suo padre (semplificando a nostro uso e consumo), e del suo, dimostrando di non aver capito niente della Francia, dell’Europa, del Mondo. Di noi stessi.

Due giorni dopo va in scadenza il nostro rito collettivo di celebrazione di una Resistenza che nemmeno essa è riuscita a unificare nel sentimento e nella prassi quotidiana gli italiani. Il 25 aprile poteva essere per noi ciò che il 14 luglio è da sempre per i nostri cugini. La nostra Bastiglia. Quel sentimento di comunità, di appartenenza, di a volte eccessivo, a volte invidiabile e comunque sempre perdonabile sciovinismo che i cittadini transalpini mostrano tutti, indistintamente. Macron e Le Pen finiscono i loro comizi allo stesso modo: vive la Republique, vive la France.

Che invidia. I nostri presidenti della repubblica sono regolarmente delle Cariatidi (sia detto in senso classico figurativo, absit iniuria verbis) che ricevono in tardissima età l’investitura dalle Camere come un Oscar alla carriera da tempo conclusasi. Macron e Le Pen non fanno cento anni in due, chiunque vinca avrà l’energia sufficiente per tenere in pugno il timone di una delle più grandi potenze mondiali in una delle epoche più difficili della sua – e, non dimentichiamo, della nostra – storia.

Oggi si sfila nelle piazze e sui boulevards italiani. A fianco ad un presidente assai meno rappresentativo dell’omologo francese (se lo riterrà opportuno, visto che ormai Sergio Mattarella si scomoda solo quando Mamma Europa lo chiede) sfilerà probabilmente colei che qualcuno vorrebbe identificare come la nostra Marianna, la gentile (si fa per dire) signora che orchestra il potere legislativo nostrano da quattro anni a questa parte.

Laura Boldrini è il simbolo ed il paradigma di questa festa, di questa celebrazione, di questa data che doveva essere fondante e che invece è più che mai di parte. Più di quando in prima fila di simili cortei c’erano le falci, i martelli e le bandiere rosse del partito comunista. L’antifascismo rappresentato da chi vorrebbe ristabilire in Italia una censura quale non si vedeva dai tempi di Scelba (o forse bisogna andare più indietro, ai tempi del Papa Re, oppure di Berja a seconda degli archetipi di riferimento politico e culturale) e da chi ha ridotto la nostra Camera dei Deputati ad un bivacco di sciocchezze (per parafrasare una celebre affermazione di Mussolini) proprio no, non funziona. Non ci appassiona, non lo condividiamo.

Casca malissimo il 25 aprile. Più che di festeggiare, l’aria che tira mostra la necessità di prepararsi psicologicamente, perché presto questa libertà di cui tutti parlano potrebbe aver bisogno di una rinfrescata. Di sicuro, la Fortezza Europa non starà a guardare, dopo aver conquistato un continente con la versione aggiornata dei tank della Wehrmacht che si chiama euro. La Marianna è in pericolo, né più e né meno che nel 1789.

Noi italiani, in compenso, siamo cittadini dell’unico paese che in questo 2017 non voterà, rimanendo fedele all’alleato germanico con il Patto Gentiloni. Meglio, molto meglio e più avvincente (per dei cittadini che sono rimasti, in quanto a coscienza sociale e politica, dei ragazzini brufolosi che leggono riviste osée in parrocchia, mentre i fratelli e i cugini più grandi escono con le ragazze) dare sfogo alla pruderie onanista sui retroscena della corsa all’Eliseo: La Professoressa ci sta con il Candidato.

Ma guardiamo chi abbiamo noi, e mettiamoci le mani nei capelli. Altro che Resistenza.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


Visualizza gli altri articoli di Simone Borri

Potrebbe interessarti anche ...

Commenta l'articolo