L’Olanda rinvia la Nexit

di Simone Borri

Geert Wilders

Geert Wilders

FIRENZE – E’ un gran vento quello prodotto dai sospiri di sollievo nell’Europa che conta. Grande  per quanto effimero. Da Juncker a Schulz a Gentiloni, lo stato maggiore dell’Europa contro i popoli si spreca nelle congratulazioni al premier olandese Rutte. La sua tenuta ha frenato l’avanzata populista nei Paesi Bassi, e ha salvato il continente. O perlomeno, la sua Unione. I media si accodano in massa, come fanno ormai da tempo.

Peccato che la tenuta di Rutte e della destra moderata sia una vittoria di Pirro come poche altre, e non faccia che rimandare il problema, non solo dell’Olanda, a data da destinarsi. Ma comunque non a lunga scadenza. Gli olandesi sono andati a votare in massa, l’82% degli aventi diritto è una percentuale invidiabile per noi italiani, quasi quanto la proverbiale libertà sessuale del paese dei tulipani. La percentuale è in aumento rispetto alle precedenti elezioni di ben il 7%, ma i consensi sono assai redistribuiti.

Mark Rutte ed i liberali scendono da 41 seggi a 33. Il loro principale avversario, quel Geert Wilders che con il suo Partito della Libertà ha incarnato la rivolta contro l’Unione Europea non solo nei Paesi Bassi ed anche quel populismo che è diventato il principale spettro che si aggira attualmente per il continente, sale da 15 a 20 seggi.

La Camera Bassa olandese è composta da 150 seggi (altro motivo di invidia per noi), e la maggioranza si raggiunge a 76. Come si capisce bene – con i laburisti in crollo, solo 9 seggi, e le altre forze politiche estremamente frammentate – formare una coalizione maggioritaria da queste parti è un problema che nessuno, a cominciare dall’establishment europeo ed europeista perso nella sbornia dei festeggiamenti, si è ancora posto come risolvere. E Wilders stamattina pare avere buon gioco a commentare: «non vi libererete di me».

Quello che è certo è che, se anche la regina Beatrix finirà per conferire nuovamente l’incarico di formare il governo a Rutte ed al rassemblement che egli saprà formare tra le forze filo-europeiste, d’ora in avanti ad Amsterdam e dintorni il recepimento di tante direttive europee diventerà una faccenda assai più complicata, così come il finanziamento dell’immigrazione controllata dalla Turchia di Erdogan o di quella incontrollata da Africa e Asia patrocinata dalla UE.

Nel frattempo, mentre il Ministro Esteri turco Mevlut Çavusoglu si unisce al coro delle congratulazioni in modo del tutto particolare e soggettivo: «l’Europa sarà presto teatro di una guerra santa», Paolo Gentiloni inneggia alla mancata Nexit, la versione olandese della Brexit, e rilancia l’impegno comune a riformare una UE probabilmente ormai irriformabile, e per fare la qual cosa tra l’altro, a differenza del prossimo governo orange, lui non ha ricevuto alcun mandato dal proprio elettorato.

Nel delirio di parole e di slogan, nessuno sembra ricordarsi che il termine populismo etimologicamente significherebbe andare incontro al popolo. A ben pensarci, è comprensibile dunque che il premier italiano – e non solo lui – veda questo fenomeno come il fumo negli occhi. Il popolo europeo intanto va avanti per conto suo. Prossimo appuntamento in Francia, tra un mese.

Diceva un grande olandese, Vincent Van Gogh: «che cosa sarebbe la vita se non avessimo il coraggio di fare tentativi?»

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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