La porta rossa resta chiusa

di Simone Borri

Lino Guanciale, Carlo Lucarelli, Gabriella Pession, Valentina Romani

Lino Guanciale, Carlo Lucarelli, Gabriella Pession, Valentina Romani

FIENZE – Si conclude la fiction più avvincente e meglio realizzata dalla RAI degli ultimi anni. O forse no. Le ultime parole della voce narrante, quella di Leonardo Cagliostro il protagonista ultraterreno dello sceneggiato, sono appunto «La fine non esiste». Ed è suggestivo pensare, per i telespettatori rimasti incollati al piccolo schermo per ben dodici puntate, che si tratti di un riferimento non soltanto alla condizione di fantasma senza riposo del commissario ucciso a tradimento dal collega Rambelli, che sceglie di non oltrepassare la fatidica porta che dà il nome alla serie restando nel mondo dei vivi almeno come spirito in cerca di giustizia, nonché del modo di salvare la vita alla moglie, anche lei in pericolo.

Il riferimento è anche alla possibilità di un sequel, che autori e attori della fiction non hanno affatto smentito. Consapevoli di tutti i rischi connessi ad una serie 2, quando la prima ha avuto un successo misurabile in una media di circa 4 milioni di spettatori. Ma ne varrebbe sicuramente la pena, se il risultato fosse all’altezza di quello andato in archivio ieri sera, con il commissario Cagliostro che sceglie di lasciare ancora chiusa la porta rossa dopo aver salvato la moglie Anna Mayer, magistrato in attesa di diventare madre di sua figlia. La quale a sua volta, in una suggestiva scena finale, sceglie di non seguirlo nell’al di là proprio per dar vita alla creatura che porta in grembo.

Lucarelli e Rigosi, gli sceneggiatori, non risolvono – ad arte – tutti gli interrogativi, e ci lasciano con il dubbio circa l’identità di Jonas, lo spirito dell’uomo in coma da anni la cui foto che lo ritrae insieme al vice questore Rambelli costituisce una traccia sufficiente per la sceneggiatura dell’eventuale sequel. E ci lasciano comunque orfani e nostalgici del miglior prodotto cinematografico realizzato dall’azienda televisiva di Stato da tanto tempo a questa parte.

La porta rossa è una produzione dove tutte le tessere del mosaico sono risultate andare al loro posto come per magia. Non solo per la bravura degli attori, tre nomi su tutti quelli dei protagonisti Gabriella Pession e Lino Guanciale, oltre alla bravissima e giovanissima Valentina Romani. O per  il mestiere collaudato del regista Carmine Elia, ventennale ormai realizzatore di prodotti di qualità per il piccolo ed il grande schermo (un titolo su tutti, Don Matteo). Per il talento e l’ispirazione del compositore Stefano Lentini, autore della colonna sonora originale – registrata dall’orchestra Sinfonica della Rai – che vanta perfino un arrangiamento della  settima sinfonia di Ludwig van Beethoven. O per il genio narrativo – conosciuto ed apprezzato ampiamente ormai da tutti gli appassionati di giallistica – di Carlo Lucarelli, che insieme a Giampiero Rigosi (scrittore e già cosceneggiatore di serie come Distretto di Polizia), riesce a trasfondere nella fiction il pathos con cui ha saputo narrare nel tempo grandi e piccoli misteri italiani.

No, la ragione principale del successo della Porta Rossa è in ultima analisi da ascrivere proprio a lei. Trieste. A ben pensarci, non poteva esistere location più adatta per ambientarvi un thriller paranormale come questo della città costruita attorno a quel Porto Vecchio di Maria Teresa dove muore in un’imboscata Leonardo Cagliostro e da cui si dipana la matassa della sua lotta per non essere dimenticato ed riassorbito dall’al di là, qualunque esso sia. Per non attraversare quella porta rossa prima di aver fatto giustizia, risolto tutti gli enigmi e salvato moglie e figlia.

Per chi c’è nato come per chi da essa si è fatto adottare, il capoluogo della Venezia Giulia, così carico di grande e spesso anche drammatica storia, nonché di una cultura che in realtà rappresenta l’incrocio fra tante culture, rappresenta un miracolo quotidiano in cui si ripete la rappresentazione dell’essere uguale a se stesso e tuttavia nello stesso tempo portale tra le epoche, i popoli, le correnti del cambiamento.

Non è un caso che attraverso tutta la serie faccia capolino ricorrente quella che è una delle opere più celebri del più celebre dei figli adottivi di Trieste, James Joyce. The dead, I morti, sono il quindicesimo ed ultimo racconto dei Dubliners, la Gente di Dublino che lo consegnò, è il caso di dire, all’immortalità. Parlano in maniera struggente del rapporto tra la vita – ed i suoi cambiamenti –  e la morte, il cambiamento per eccellenza. Raccontano di come vivi e morti possano scambiarsi i ruoli nella vita reale, di come molti vivi in realtà possano essere già defunti dentro, e come molti morti risultino invece ancora più vivi dei vivi per l’intensità del ricordo e del sentimento che ci lega a loro.

La porta rossa è un inno a Trieste (che non a caso ieri sera si era data praticamente appuntamento al cinema Ariston per seguire collettivamente l’ultima puntata), a quella sconfitta della morte che la città giuliana mette in scena ogni giorno da quando esiste, alla sua capacità di cambiare restando uguale, alla fine che non è una fine, non esiste, è solo un passaggio tra qualcosa e qualcos’altro.

Camminando per le Rive, il Porto Vecchio ed il centro storico nel nostro prossimo soggiorno a Trieste, c’è da giurare, ognuno di noi sarà spinto a voltarsi, per vedere se dietro di noi, accanto a noi cammina il commissario Leonardo Cagliostro, in cerca attraverso anche noi di una verità che bisogna aver solo la pazienza di aspettare di scoprire.

Fino alla prossima volta in cui ci rincontreremo.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche ad indirizzo storico, e lavora come dipendente nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni ha un posto importante la Fiorentina, è tifoso viola da sempre.


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