Londra scheda, Roma protesta: it’s all rubbish

di Simone Borri

La regina Elisabetta e l'ambasciatore d'Italia Pasquale Terracciano

La regina Elisabetta e l’ambasciatore d’Italia Pasquale Terracciano

FIRENZE – Gli inglesi sono nel loro pieno diritto quando schedano gli studenti stranieri che frequentano le loro strutture deputate alla pubblica istruzione. Soltanto un popolo attento alla forma e mai alla sostanza come il nostro può risentirsi, e mandare il proprio ambasciatore a fare le sue ridicole rimostranze.

Dovrebbe urtare molto di più la nostra suscettibilità italiana (non meridionale, italiana) il fatto che sempre più nostri ragazzi siano costretti a studiare nelle scuole straniere, se vogliono coltivare le speranze di un barlume di futuro decente. La scuola italiana fa schifo, anche se a parole accoglie tutti secondo i dettami del politically correct e del solidarismo peloso, ma non soddisfa nessuno. Quella inglese non sarà il massimo su questo pianeta, ma oltre a farci il favore di investire su nostri ragazzi che non è detto che restituiscano i proventi di quell’investimento sul suolo della nazione che lo eroga, si preoccupa di sapere almeno chi si trova di fronte, ad usufruire delle proprie istituzioni. Quali sono i bambini che a settembre ogni maestro/a, ogni professore si ritroverà in classe. E con quale linguaggio e approccio culturale hanno bisogno che si parli loro. Niente male per un paese che potrebbe limitarsi a crogiolarsi nella superbia, per aver imposto la sua lingua a tutto il mondo.

Ci riempiamo la bocca di parole senza senso, di slogan. Così, la pubblica istruzione degli anni Duemila non istruisce più, ma fornisce una offerta formativa. Usiamo termini presi dal marketing, che analogamente alla Sanità a giudizio di chi scrive è qualcosa che non dovrebbe avere nemmeno a che fare con la Pubblica Istruzione, al pari dell’aziendalismo. E poi ci inalberiamo se qualcun altro almeno quel marketing lo applica correttamente. Oppure se, più semplicemente, continua la tradizione del sistema scolastico britannico, classista quanto si vuole ma da sempre preoccupato di fornire istruzione reale a tutti, a ciascuno realisticamente secondo le proprie possibilità ed estrazione sociale.

Dicono le autorità britanniche, stigmatizzando la suscettibilità italiana (l’unico paese al mondo, a quanto risulta, ad aver sollevato questa questione di lana caprina, gli altri badano al sodo e ringraziano le scuole di Sua Maestà per l’offerta formativa che a casa loro si sognerebbero): guardate che l’estrazione sociale, la provenienza, contano; non è vero che siamo tutti uguali, non è così che funziona.

Come in Sanità è importante sapere – come dimostrano appositi studi – che la manifestazione del dolore è assolutamente diversa da un italiano a, per esempio, un indiano, perché altrimenti si rischia di far morire l’indiano abituato a lamentarsi molto meno di noi, così a scuola è importante sapere da che parte di mondo viene un bambino, perché magari anche in questo caso l’italiano manifesta bisogno formativo o anche semplicemente disagio in modo differente dal pakistano o dall’urdu.

Il problema a ben vedere ce l’avremmo anche noi in casa nostra, che dopo cinquant’anni non abbiamo ancora imparato a parlare con il dovuto e differente linguaggio all’italiano (adulto o bambino) del nord, del centro, del sud e delle isole. Figurarsi un paese che fronteggia questo problema a livello planetario. Perché Londra, con buona pace di chi si aspettava che dopo la Brexit scomparisse dalla carta geografica, è la capitale di un impero politico, economico e sociale più adesso che ai tempi della Regina Vittoria.

Nessuno metterà stelle gialle o rosa ai cappotti dei bambini italiani o di altre etnie, nelle scuole di Sua Maestà britannica. Più facile che il Provveditore locale si premunisca di offrire alla domanda formativa dei bambini presenti nel Regno Unito insegnanti adeguati. L’italiano all’italiano, il pakistano al pakistano, per esempio.

Non come qui, che ad insegnare ad una classe a prevalenza Uruk-Hai ci mandano gli Elfi, per di più appena usciti da Gran Burrone ed appena diplomati in magia. Quella che dovrebbe servire a tenere insieme classi che sembrano Armate Brancaleone.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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