La fiamma olimpica si spegne a Roma

di Simone Borri

Giovanni Malagò

Giovanni Malagò, presidente del CONI

ROMA – A proposito di Olimpiadi a Roma. La posizione assunta dall’Amministrazione Comunale di Roma sulla candidatura alle Olimpiadi 2024, e che bissa clamorosamente quella assunta quattro anni fa dal governo Monti, rischia di passare alla storia come un impulso decisivo al crack economico italiano, così come il precedente di segno opposto del 1960 – è opinione comune  – fu determinante per il definitivo decollo di quello che è stato chiamato boom economico, l’irresistibile ascesa del nostro paese nel consesso delle nazioni moderne ed economicamente avanzate.

La posizione assunta da Giovanni Malagò, a prescindere da come si valuti la sua azione complessiva di presidente del Coni (abbiamo scritto più volte su questo giornale lamentando le critiche condizioni in cui versa lo sport in questo paese), è su questa questione a giudizio di chi scrive ineccepibile. Dice Malagò, dopo il no della Raggi: abbiamo perso, sarebbe possibile andare avanti lo stesso, per non disperdere tempo, soldi ed energie spesi in questi anni sulla candidatura di Roma. Ma siamo consapevoli che difficilmente il Cio reputerebbe credibile una candidatura avversata dalla stessa amministrazione che dovrebbe sostenerla. Il discorso è chiuso, ma è l’Italia a rimetterci.

Dopo il Giochi del 2020, boicottati da Mario Monti, Roma e l’Italia salutano infatti anche quelli del 2024, grazie al Movimento Cinque Stelle. Sullo sfondo, il governo nazionale che stavolta furbescamente lascia che siano altri a togliergli le castagne dal fuoco. La scelta impopolare è tutta della Raggi e di Grillo. Matteo Renzi se la cava con le caratteristiche dichiarazioni progressiste e con l’altrettanto caratteristico comportamento – nei fatti – di segno diametralmente opposto. Stavolta, un comportamento omissivo, un non facere che magari, vien da dire, sarebeb stato più auspicabile che avesse applicato su altre ed ancora più importanti questioni.

L’obbiezione principale dei Cinque Stelle ripresa dal burocrate Monti è quella secondo cui le città che ospitano le Olimpiadi pagano e fanno pagare i conti per decenni a tutta la collettività nazionale. Vero. Si chiama economia keynesiana. Investimenti anche a perdere per rimettere in moto l’economia. Poi si può disquisire chi ha pagato di più tra Montreal, Barcellona, Londra, Atene, Torino e compagnia bella.

Ma un conto è discutere su questo, un conto è sparare cifre come in campagna elettorale, come fa la signora Sindaco di Roma che poi viene smentita cinque minuti dopo aver aperto bocca. I conti di Roma 1960 sono stati pagati da un pezzo. Anche quelli di Italia 90. L’altra obbiezione, se allestiamo i Giochi qualcuno ci mangia sopra, è forse ancora più disarmante, oltre che inammissibile, da parte di una classe di governo, o presunta tale.

Virginia Raggi

Virginia Raggi, sindaco di Roma

Negli anni cinquanta, per allestire l’olimpiade romana, qualcuno ci mangiò sopra di sicuro, ma i nostri vecchi ci hanno sempre raccontato – e gli studiosi confermato –  che essa ebbe un ruolo non secondario nella determinazione di quello che conosciamo come boom economico italiano. Nel 1990, e lì c’eravamo più o meno tutti e ce lo ricordiamo, le opere di allestimento dell’ultimo mondiale italiano rimasero – e sono rimaste a tutt’oggi – come l’ultima campagna di ammodernamento di strutture sportive della nostra storia. Siamo fermi lì. Altrimenti, avessero ragionato come oggi, saremmo fermi a Luigi Nervi, 1930, Stadio Comunale di Firenze. Al Flaminio. Al Filadelfia. Gioiellini quanto si vuole, ma adatti allo sport moderno come il Colosseo.

Qualcuno ci mangiò sopra. Qualcuno ci mangia sempre sopra, in Italia. Ma tante ditte lavorarono, invece di tenere gli operai a casa, a pascersi dei discorsi di Grillo e della Raggi. Tante persone vennero impiegate nella gestione dell’evento. Le cifre di Rio non sono ancora ufficiali ma si parla di 50.000 ragazzi impiegati a supporto delle manifestazioni sportive. Chi altro è capace di dare 50.000 posti di lavoro tutti insieme in Italia? Un indotto economico enorme viene messo in moto in questi casi, e il gioco del Pil alla fine vale la candela delle inevitabili ruberie.

Anche a Londra qualcuno avrà rubato. Furono gli inglesi ad inventare la patente di corsa. La regina Elisabetta I ebbe la brillante idea di nominare Francis Drake e Henry Morgan, due ladri matricolati, due pirati, suoi corsari ufficiali. E parte ingente delle ricchezze da loro accumulate andò ad arricchire il tesoro della Corona, e fece la fortuna dell’Inghilterra. Probabilmente Elisabetta II è stata ben felice di fare altrettanto, quattro anni fa.

Governare è un arte. Credere di avere un futuro è un obbligo. Questo è un paese che ha perso qualsiasi credo, qualsiasi speranza. Sta accettando supinamente di morire, di sparire mangiato da una immigrazione selvaggia, incontrollata (perché così è stato predicato da autorità morali ecclesiastiche e civili che non si mettono in discussione, nel paese che ha inventato la Controriforma). Sta rinunciando a qualsiasi possibilità. Perché altrimenti c’è qualcuno che mangia. Poi magari in questo momento qualcun altro sta mangiando comunque, ma quello va bene, perché è della nostra parte, è dei nostri.

Roma non farà le Olimpiadi, nessuno mangerà a Roma, né a torto né a ragione. In senso generale, tra poco non mangerà più nessuno. nessuno ruberà più i nostri soldi. Perché saremo tutti morti. Al massimo ruberanno i fiori sulle nostre tombe, se qualcuno sarà ancora vivo per poterceli mettere.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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