La festa di Olimpia più bella di sempre al Maracanà

di Simone Borri

La squadra italiana con Federica Pellegrini portabandiera e le divise di Armani

La squadra italiana con Federica Pellegrini portabandiera e le divise di Armani

FIRENZE –  Avevamo lasciato una gran folla festante che parla portoghese a Parigi, poco meno di un mese fa. Ne troviamo un’altra a Rio de Janeiro, ancora più grande. Sono i centomila del Maracanà. Ma stavolta il calcio non c’entra.

Avevamo lasciato il Brasile ferito a morte per la pessima prova della sua Seleçao in quello che doveva essere il suo Mondiale, e che invece si era rivelato il peggior Mondiale di calcio della storia, per i padroni di casa e in assoluto. Lo ritroviamo due anni dopo con l’entusiasmo alle stelle per aver organizzato la XXXI Olimpiade, con la testa sgombra da quel veleno che una volta era la sua gioia e la sua ragion d’essere, il futebol. E la voglia di proporre a tutto il mondo qualcosa di diverso, di migliore.

Se il buongiorno si vede dal mattino, cioè da questa cerimonia inaugurale, al peggior Mondiale di sempre forse faranno seguito le migliori Olimpiadi di sempre. Stavolta niente Jennifer Lopez, niente overdose di samba distrattamente e in modo raffazzonato elargita, con l’occhio all’orologio per il fischio d’inizio del match d’esordio dei verdeoro. Stavolta il Brasile fa sul serio. Fa se stesso nel modo migliore.

E’ l’italiano Marco Balich, il progettista di Expo 2015 e dello Juventus Stadium l’ideatore della splendida coreografia che sorprende e incanta tutti, a partire dalle note struggenti di Aquele abraço di Gilberto Gil, la canzone con cui salutò il suo paese al momento di partire per l’esilio nel 1968, durante la repressione del governo militare.

Il braciere olimpico sale nel cielo

Il braciere olimpico sale nel cielo

La storia visiva della vita sulla Terra e del Brasile la fanno da padroni stanotte, insieme alla musica che questo paese ha fatto amare a tutto il mondo. Sul palcoscenico che richiama quelle forme di Rio rese immortali dallo scomparso architetto Oscar Niemeyer si alternano le immagini, i giochi di luce e le danze che raccontano il destino di questa terra, dalla prima ondata che portò la vita sotto forma di organismi monocellulari e poi sempre più complessi, alla costruzione del paradiso terrestre da parte degli Indios, alla conquista ed alla colonizzazione portoghese, all’indipendenza ed alla liberazione degli schiavi venuti dall’Africa, all’integrazione ed allo sviluppo urbano moderno con la convivenza di metropoli avveniristiche e favelas.

Alla potenza evocativa e visiva di tutto ciò si alterna la grande musica brasiliana. La chitarra classica di Paulinho da Viola accompagna la più suggestiva esecuzione della Marcha Triunfal, l’inno brasiliano, mai sentita. Alla fine i centomila del Maracanà la cantano a cappella, come due anni fa per la loro Seleçao, ma quanta più grazia e suggestione stanotte! Poi è la volta della Ragazza di Ipanema, Daniel Jobim canta per il nonno Antonio, mentre Gisele Bundchen, la modella brasiliana diventata una istituzione nazionale, attraversa lo stadio in tutta la sua lunghezza per la più lunga ed emozionante passerella della sua vita.

Il Brasile celebra le sue eccellenze. Ed ecco allora il tributo ad Alberto Santos Dumont, l’uomo che si contende con i fratelli statunitensi Wilbur ed Orville Wright l’onore di aver compiuto il primo storico volo nella storia umana. I fratelli Wright volarono per la prima volta il 17 dicembre 1903, ma sparati da una specie di fionda. Santos Dumont fu il primo a staccarsi dal suolo con decollo autonomo il 13 settembre 1906 a Parigi con il suo celebre apparecchio 14 bis, di cui una riproduzione viene fatta alzare in volo sul cielo di Rio e ad accompagnarlo è sempre Tom Jobim con la sua Samba do aviao, la canzone della meraviglia per chi arriva a Rio dal cielo.

Ancora grande musica, è Jorge Ben con il suo Pais tropical. Poi è samba, e non può essere altrimenti, con le Scuole che sfilano dietro le loro bandiere anticipando la promenade degli atleti. Ma prima, la degna conclusione di questa cerimonia a bassissima tecnologia e ad altissima coscienza sociale ed ambientalista. Un breve filmato, ma efficace come un cazzotto nello stomaco, che mostra gli effetti dell’inquinamento e del surriscaldamento globale sui cinque continenti che oggi si ritrovano qui, a giocare. E’ un momento da prendere sul serio, potrebbero non essercene più altri in un prossimo futuro.

Il Maracanà diventa un enorme braciere olimpico

Il Maracanà diventa un enorme braciere olimpico

I Cinque Cerchi disegnati dal coreografo sono verdi, ed hanno un impatto che va ben al di là della loro ragione immediata. E’ la più bella cerimonia inaugurale di sempre.

Arriva il momento delle squadre. La fanfara olimpica richiama tutti al sogno di sempre, quello che ci accompagna fin da ragazzini ai quattro angoli di questa Terra non più spensierata, se mai lo è stata. Stavolta non ci sono discussioni, entra per prima la Madre Grecia. Dopodiché, ad ognuno le sue cineserie. Come a Pechino otto anni fa, si fa confusione con la propria lingua e il proprio ordine alfabetico. La Germania è Alemaña, ed entra per seconda. Gli Stati Uniti sono Estatos Unidos, e si vedono spostare dalla tradizionale collocazione in coda al corteo, quella che secondo loro riscuote più applausi ed impatti mediatici. Un po’ come la collocazione nella scheda elettorale. Solo che qui non si vota, si gareggia. Ed il giuramento olimpico letto dal velista Robert Scheidt, enfant du pays, ricorda a tutti come si gioca. Pulito e senza trucchi.

Stona un po’ l’assenza di autorità brasiliane, il paese legale non se la passa meglio di quello reale, a regola. Sona anche l’assenza di autorità sportive come Usain Bolt, e viene da chiedersi perché, senza ricorrere al solito pensar male. Gli assenti stasera hanno più torto che mai. Non stonano per niente le divise della squadra italiana, disegnate da Giorgio Armani, e si vede. Le Olimpiadi della moda le abbiamo vinte noi, nessun dubbio, prima ancora di giocare. E Federica Pellegrini è una gran portabandiera.

E’ il momento della fiaccola, che arriva da Olimpia ad accendere il braciere. Per mesi il Brasile ha sognato che l’ultimo tedoforo potesse essere il suo figlio prediletto, Edson Arantes do Nascimento, la Perla Nera. Ma Pelé versa in cattive condizioni di salute, e già due volte è stato ripreso per i capelli. Mohamed Alì non è più con noi, non si può ripetere la suggestione di Londra. E allora?

E allora il Brasile sconfitto dal calcio e nel calcio dimostra di avere grandi orgoglio e creatività, rialzando la testa nel modo migliore. Nello stadio entra Guga Kuerten, vecchia gloria del tennis di vent’anni fa. A mezza corsa la torcia passa ad Hortensia Marcari, cestista medaglia d’argento ad Atlanta. E poi l’ultimo cambio. Ad accendere la fiamma ci va lui, Vanderlei da Lima, il maratoneta che sognava di arrivare primo da Maratona ad Atene nel 2004, e che invece dovette lasciare via libera al nostro Stefano Baldini complice anche il disturbo di un tifoso. Chi cade e poi risorge (Vanderlei arrivò comunque al bronzo) merita questo onore, dice il Brasile.

I Giochi di Rio 2016 sono aperti. E’ tutto? Non ancora. Regina Casé, popolarissima attrice locale, trova le parole che potrebbero consegnare alla storia questa XXXI Olimpiade e tutto quanto di buono saprà ispirare. Cerchiamo le cose che abbiamo in comune e celebriamo le differenze!.

Alle prime Olimpiadi le donne non erano ammesse, quest’anno potranno gareggiare i Transgender. Sempre alle prime Olimpiadi, le razze diverse da quella bianca erano ammesse più che altro come fenomeni di costume, tipo Circo di Buffalo Bill. Adesso, il melting pot brasiliano ricorda a tutti a colpo d’occhio quello che le parole della Case’ suggeriscono. Ne ha fatta di strada la fiaccola di Olimpia dalla prima volta che partì dal Tempio di Zeus. Chissà se il barone de Coubertin se lo sarebbe mai immaginato.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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