La fame sportiva degli italiani

di Simone Borri

Alle 22:30 circa l’Italia conquista la medaglia d’oro numero 200 della sua storia olimpica. La 199 era arrivata a Londra, sulla punta del fioretto di Valentina Vezzali, che aveva chiuso la sua leggendaria carriera portando il punto decisivo per la vittoria della squadra italiana. E chiuso anche, in ottemperanza alla sciagurata decisione del CIO, l’avventurosa storia del fioretto femminile a squadre alle Olimpiadi, che a Rio è stato cancellato dal programma.

Olimpiadi 2016 - Daniele Garozzo medaglia d'oro nel fioretto

Olimpiadi 2016 – Daniele Garozzo medaglia d’oro nel fioretto

Fabio Basile sale sulla pedana per spaccare il mondo, oltre al suo ultimo avversario il campione del mondo coreano An Baul che non si aspettava di finire sotto ad un simile tsunami. E lo spacca, prendendo per sé e per l’Italia la storica medaglia. L’Inno di Mameli suona finalmente a bordo pedana del Judo nella Carioca Arena 2, anticipando di poco l’Arena 3, dove Daniele Garozzo conquista la medaglia 201 schiantando nella finale  l’americano Massialas (non prima di averci fatto temere di poter subire una rimonta come quella della ungherese Szasz ai danni di Rossella Fiamingo). Garozzo tiene duro, e porta l’Italia al quarto posto complessivo provvisorio del medagliere di Rio 2016.

Dagli sport cosiddetti minori arrivano come sempre le soddisfazioni azzurre. Sport che vivono di vita propria, oltre che della passione di chi li pratica, perché da governo e Coni non c’è verso che arrivi un sostegno che uno, se non la stretta di mano del rappresentante di turno quando c’è da salire sul podio e farsi scattare belle foto con medaglie al collo di bei ragazzi e ragazze sorridenti.

Siamo un paese che da un paio di decenni non investe più su se stesso. Portato a morire di lenta agonia da una classe politica e dirigente che ormai è autoreferenziata, e dedita soltanto ad investire sulla propria prorogatio come casta ormai scollata dal paese reale. Siamo figliastri di uno Stato che ha sempre investito poco su tante cose, a cominciare dallo sport. Finito nel dopoguerra il dilettantismo di stato felicemente brevettato a livello mondiale dal regime fascista, ci siamo ritrovati più che altro a vivere come sportivi da poltrona, spettatori vittime consapevoli di una dicotomia mediatica. Anzi, per coniare un neologismo, una tricotomia.

Il Calcio, alcuni Altri sport, tutti gli Altri sport. Il Calcio è la passione ed il veleno di ogni italiano che si rispetti. Che si giustificava e si giustifica con l’appartenenza alla maglia ed al campanile, oltre che con il doping di stato del Totocalcio (con la bufala di regime che i proventi andavano anche agli sport minori).

Alcuni Altri sport, quelli che bene o male intravedevamo a scuola, stretti dentro palestre poco più grandi dello stanzino delle scope. Pallacanestro e Pallavolo nascevano lì, e continuavano nel doposcuola, in un’epoca in cui chi era tanto fortunato da non saper giocare a pallone veniva portato da mamme e babbi a giocare ad altro, presso una miriade di società sorte con il boom economico e quello sportivo autogestito. Per i più benestanti, c’erano poi lo Sci, che richiedeva un background familiare non comune a tutti, e il Tennis che si stava allineando ad esso sulla scia dei successi dei Quattro Moschettieri di Coppa Davis, diventando un improbabile sport di massa. Poi c’era il Nuoto, che almeno fino ad una certa epoca i pediatri consigliavano alle mamme più attente allo sviluppo sano ed equilibrato dei propri figli.

Infine, c’erano tutti gli Altri sport. L’Atletica la vedevamo una volta l’anno, ai Giochi finali della Scuola (in qualche caso propedeutici a quelli della Gioventù). Il resto era lasciato al buon cuore ed al caso. Siccome però eravamo ancora un paese in cui molti avevano fame, almeno in senso lato, il popolo rimediava come sempre a modo suo alla latitanza delle istituzioni. I fratelli Abbagnale andavano ad allenarsi alle cinque di mattina, prima di andare a lavorare. Pietro Mennea e Sara Simeoni volevano l’oro olimpico ed il record del mondo, ma prima di tutto volevano uscire da una provincia che ancora negli anni Settanta – Ottanta soffocava. I judoka, gli schermidori, i ciclisti erano prima di tutto ragazzi in fuga dal destino. Poi diventavano grandi campioni. Poi lasciavano dietro di sé grandi scuole.

Poi, una volta ogni quattro anni, arrivavano le Olimpiadi. E come successe nel 1983 con Azzurra alla Coppa America di Vela, tutti diventavano appassionati di tutti gli sport. Tutti tornavano ragazzi. In fuga, da una quotidianità dove la fame era progressivamente sparita ma dove ancora si soffocava. E lo Stato, un po’ dappertutto, lasciava vivere su alcune cose ma latitava su tante altre.

Olimpiadi 2016 - Tania Cagnotto e Francesca Dallapéin volo

Olimpiadi 2016 – Tania Cagnotto e Francesca Dallapéin volo

Siamo un paese che da tanto tempo ha dimenticato da dove viene. E perché. Siamo un paese che si fa invadere, piuttosto che accogliere ed integrare, e che quindi perpetuerà alle seconde e terze generazioni degli immigrati le storture del rapporto malsano tra Stato e cittadini che gli italiani storici hanno sempre patito. Bello vedere le ragazze di colore nella Nazionale di Volley, Paola Egonu e Miriam Sylla, oltre a Valentina Diouf che è stata la prima ma che stavolta è rimasta a casa per scelta del tecnico. Chissà cosa pensano di questo loro nuovo paese. Chissà se pensano la stessa cosa di quelli che ci vivono da sempre. Chissà la fatica che hanno fatto a fare sport, a trovare quello a loro congeniale, nonché impianti adeguati ed efficienti. Ed i loro genitori a portarcele.

Siamo un paese che una volta ogni quattro anni si illude di essere una potenza sportiva mondiale. E il bello è che ogni quattro anni Olimpia alimenta e quasi giustifica questa sua illusione. Ci piaccia o no, ce lo meritiamo o no, siamo al quinto posto nel Medagliere assoluto di tutti i tempi, con 236 medaglie d’oro tra Giochi estivi ed invernali. Roba da non credere.

Abbiamo passato i primi giorni a Rio credendo che la storia finalmente si fosse decisa a presentarci il conto. La sfortuna sembrava essersi imbarcata sull’aereo per il Brasile con gli Azzurri. Ma soprattutto stava emergendo la mancanza di ricambio generazionale, naturale conseguenza di una politica sportiva tendente allo zero.

Il Calcio non finanzia più neanche se stesso, e da due edizioni dei Giochi non è più nemmeno capace di qualificarsi. Il Basket è stato il più pronto ed il più sciagurato nell’adeguarsi. Esportiamo talenti nell’NBA statunitense e poi, anche qui, da Pechino 2008 non riusciamo nemmeno ad andare alle Olimpiadi come ripescati. Vien da pensare che Pallanuoto e Pallavolo siano due isole felici, due sport congeniali a noi come abiti di sartoria, perché continuano a sfornare risultati. Forse hanno soltanto dirigenti un po’ meno preoccupati di se stessi e un po’ più attenti a quello che hanno per le mani.

Insomma, pensavamo che stavolta smuovere il medagliere sarebbe stata un’impresa. Ed ecco due ragazzi che ancora hanno fame, e se la vogliono togliere in discipline che non portano megacontratti e mogli o compagne veline, prime pagine (se non per due giorni in tutta la vita) e sponsor pubblicitari. Ecco dietro di loro altri ragazzi e ragazze a cui manca alla fine un attimo, un metro, uno spunto, un nervo più saldo, ma che comunque portano a casa la loro medaglia che fa quarto posto provvisorio al pari di quelle d’oro.

Rossella Fiamingo, Odette Giuffrida (a proposito, non si può disperarsi troppo perché l’oro va a Majilinda Kelmendi, ed è il primo della storia per il Kossovo), le splendide Tania Cagnotto e Francesca Dallapé, l’incredibile Gabriele Detti e la stoica Elisa Longo Borghini, che corre una gara massacrante a ridosso del luogo di piacere più famoso del mondo, Copacabana, e per poco non vendica Vincenzo Nibali e tutta la maledetta sfortuna che – come non bastasse quella di venire da un paese dove lo sport è negletto – ha perseguitato gli azzurri nelle prime 48 ore di queste Olimpiadi. E mettiamoci pure la squadra femminile di Tiro con l’Arco, che arriva quarta per colpa di un braccio che trema due volte sulla scoccata decisiva, per la finale e nella finalina, ma sono esordienti, e l’emozione fa pessimi scherzi sotto i Cinque Cerchi. Loro si rifaranno, c’è da scommetterlo, lavorando duro per quattro anni nell’oblio generale, ma si rifaranno.

Siamo quarti, chissà se dura, aggrappati come siamo a Federica Pellegrini, a Gregorio Paltrinieri e a poco altro, in termini di certezze. Oppure a qualche ragazza o ragazzo che ancora si allenano nell’ombra, e magari nei prossimi giorni da quell’ombra usciranno, in termini di imponderabile. Per il momento, possiamo dire che non sarà la peggiore Olimpiade di sempre, come temevamo. A parte due edizioni a zero medaglie, ma erano le pionieristiche Atene 1896 e Saint Louis 1904 (più un Circo alla Buffalo Bill che un’Olimpiade, e secondo il CIO di allora l’Italia neanche avrebbe partecipato, pensate un po’ come tenevano i conti…), finora il peggior bottino era stato a Montreal nel 1976, due ori, sette argenti, 4 bronzi.

Stiamo a vedere. Il furbetto del governino intanto se n’è tornato in Italia, caricando nuovamente famiglia e bagagli sull’aereo presidenziale. Almeno ha dato un passaggio anche a Vincenzo Nibali, che qualcosa alla patria ha donato anche questa volta, una clavicola. Vediamola in positivo: il nostro governo non fa nulla per lo sport e poco per il resto, che almeno non stia lì a intralciare e a gravare sulle spese.

Sarà un caso, ma decollato l’Air Renzi One sono arrivate subito due medaglie d’oro!

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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