Fermate il calcio, vogliamo scendere

di Simone Borri

Amatrice devastata dal terremoto

Amatrice devastata dal terremoto

Marisol aveva 18 mesi. Dormiva nel suo lettino nella casa di campagna dei suoi genitori, ad Arquata del Tronto (Ascoli Piceno). La casa non c’è più, è un cumulo di macerie, è lei non ne è uscita viva, c’è rimasta sotto. La mamma Martina nell’aprile 2009 era una studentessa che frequentava l’Università dell’Aquila, quando il capoluogo abruzzese fu cancellato dalla faccia della terra, almeno per come ce lo ricordiamo tutti.

Una vita spesa a fuggire dal terremoto. Nel 2009 Martina fu fortunata, perché sopravvisse. Poté sposarsi e generare una figlia. Nel 2016, trasferitasi nelle Marche, ad Ascoli Piceno, la sua fortuna si è esaurita, il bonus è scaduto. Perché, ancora una volta, è sopravvissuta. A sua figlia di 18 mesi. Quando lei uscirà dall’ospedale, l’avranno già seppellita.

C’è qualcosa di peggio per un genitore che morire. A Martina gli dei beffardi che sovrintendono fin dai tempi antichi svogliatamente alle umane cose hanno offerto appunto quel bonus, nel 2009. Sette anni dopo hanno presentato il conto.

E’ una delle tante storie raccolte sotto le macerie del Lazio e delle Marche. A un certo punto bisogna smettere di leggerle. Si chiude tutto, gola, stomaco, cervello. Si stringe il cuore. Si cerca dappertutto uno spiraglio di luce in questa tenebra. Ma la nostra esistenza di adesso non ne offre. La mente ritorna di continuo a Marisol, ed agli altri bimbi del terremoto.

Dice: la vita continua, che si deve fare? No. La vita non continua, la vita può e deve fermarsi di fronte a tragedie come questa. Mentre i cani scavano e fiutano sotto le macerie, e ancora abbaiano d’improvviso per avvertire vigili del fuoco e volontari di Protezione Civile che hanno sentito un odore, un rumore, hanno visto spuntare una mano, un lembo di vestito, hanno sentito un respiro….. mentre succede tutto questo a pochi chilometri da noi, la vita deve fermarsi. Lo spettacolo non può continuare.

Il campionato di calcio non si fermò per il terremoto dell’Aquila. Né per quello dell’Emilia. Non si fermò per San Giuliano di Puglia, in Molise, dove le vittime erano tutti bambini della scuola elementare, e gli unici adulti a morire con loro furono le loro maestre. Non si è mai fermato il campionato di calcio. Ma stavolta doveva farlo. Stavolta, the show must not go on.

Non si può andare avanti come nulla fosse. E’ una tragedia come altre che son successe a cadenza ormai regolare e ravvicinata. Le case di pietra crollano per effetto di terremoti 6.4 di scala Richter come tutte le altre. Solo che prima questo succedeva una volta al secolo (e non c’erano tv o giornali a raccontarlo), non una volta ogni quattro anni. Dicono gli opinion leaders che questo non è il momento di fare polemiche, e dunque non ne facciamo. Ma, aggiungiamo noi, non era neanche il momento di riempire gli stadi. Un oltraggio a chi non ha più nemmeno una casa o una famiglia.

E’ una tragedia come altre, si diceva, ma a questo punto è più di una tragedia. E’ la certificazione, il simbolo del fatto che la nostra vita è diventata una tragedia continua. E allora bisognava fermarsi, riflettere, e dedicare tempo ed energie a vedere se c’è ancora una via d’uscita, uno spiraglio per una salvezza del genere umano. Il calcio poteva e può aspettare. Altrimenti siamo morti che camminano. E non ci meritiamo di essere sopravvissuti alla piccola Marisol. O di assistere al dolore della sua mamma, anche lei come noi, più di noi, sopravvissuta una volta di troppo.

Non abbiamo la pretesa di dire a nessuno cosa è giusto e cosa non è giusto. O forse sì, stavolta, di fronte a questo orrore, ce l’abbiamo. Ma lasciamo la scelta alla coscienza ed alla sensibilità di ognuno. Chi ha lo stomaco ed il cuore domenica di andare allo stadio, faccia pure. Si accomodi.

Noialtri restiamo con Marisol.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


Visualizza gli altri articoli di Simone Borri

Potrebbe interessarti anche ...

Commenta l'articolo