Italia non aver paura di tirare il calcio di rigore

di Simone Borri

Totti prima del rigore con l'Australia nel 2006

Totti prima del rigore con l’Australia nel 2006

FIRENZE – Come cambiano i tempi. Nel 1970 un secondo posto mondiale dietro al Brasile di Pelé e dopo un 4-3 alla Germania Ovest che ancora fa tendenza fu festeggiato da un bel lancio di pomodori dai tifosi che aspettavano la Nazionale all’aeroporto. Oggi, anno domini 2016, un quarto di finale non superato per un soffio sempre con la Germania (non più Ovest e che fa molta meno tendenza di allora) e pregiudicato in ultima analisi dalle sciocchezze di un paio di ragazzotti che forse invece che in Nazionale agli Europei si sentivano sulla spiaggia di Milano Marittima a giocarsi il favore di qualche tedeschina, è stato accolto con applausi. Sentiti applausi. Tanto sentiti che il commissario tecnico – anzi, ormai ex commissario tecnico – Antonio Conte si è detto pentito della scelta fatta un paio di mesi fa in favore del Chelsea.

Tornerà, prima o poi, Antonio su questa panchina azzurra. Lui che ha rimesso in sella – e nel cuore dei tifosi – una Nazionale che dopo i mondiali brasiliani sembrava ridotta a un qualcosa di vintage. Come quei grammofoni e quei mangiadischi che teniamo in soffitta perché sono un caro ricordo del passato e buttarli via del tutto ci pare un peccato.

Nel frattempo, a Giampiero Ventura lascia in eredità temporanea un’Italia che ha ritrovato il suo legame con il proprio passato. Quello che le ha fatto cucire sulla maglia azzurra quelle quattro stelle. Quello che ti pesa sulle spalle quando scendi in campo e gli avversari ti pressano da tutte le parti, le gambe non ti reggono più, la milza ti esplode, eppure al ‘120 se ti capita la palla ti fai ancora 80 metri di campo per rifare quel giochino che riuscì a Domenghini e Rivera, a Bruno Conti e Altobelli, a Cannavaro, Gilardino e Del Piero, a Montolivo e Balotelli. E che prima o poi riuscirà a qualche altro ragazzo azzurro. Perché il calcio italiano non poteva essere diventato quello degli ultimi quattro anni.

Quel passato che ti manda sul dischetto del calcio di rigore a denti stretti a fare il tuo dovere anche se dentro ti senti morire, con sessanta milioni di occhi addosso. E la televisione inquadra impietosa i tuoi, di occhi, cercandovi un segno di forza o di debolezza. Gli occhi di Francesco Totti al ’90 di Italia-Australia. Gli occhi di Fabio Grosso al quinto rigore per il titolo mondiale. Gli occhi di Leonardo Bonucci per pareggiare Ozil e negare una volta di più alla Germania la soddisfazione di una vittoria chiara e netta. Gli occhi di Roberto Baggio, che sa di avere una gamba sola, a Pasadena, eppure va lo stesso. A compiere il suo e il nostro destino.

Il rigore a cucchiaio di Totti a Rotterdam nel 2000

Il rigore a cucchiaio di Totti a Rotterdam nel 2000

Se su qualcosa dovrà migliorare, il CT Ventura, sono proprio questi benedetti rigori. Avessero imparato a calciarli, i nostri azzurri, avremmo molte più stelle su quella benedetta maglietta, sopra lo scudetto tricolore. Tutto evidentemente non si può avere. I nostri buttano l’anima in campo, se il condottiero sa motivarli, come Bearzot, come Lippi, come Conte. Poi, sul dischetto, spesso vedono le streghe. O i propri limiti.

Questi stramaledetti calci di rigore, che invece i tedeschi tirano sempre benissimo (o quasi) cominciarono a risolvere le partite internazionali nel 1976. Proprio ai tedeschi toccò l’onore e l’onere di inaugurare la prassi, nella finale dell’Europeo jugoslavo contro la Cecoslovacchia. Sbagliò Uli Hoeness, uno dei migliori (quello che due anni fa è finito in galera per frode fiscale al Bayern Monaco). La Germania Ovest lasciò il titolo alla Cecoslovacchia. Da allora, ha sbagliato ancora bilanci e gestioni, con o senza Hoeness, ma rigori decisivi non ne ha sbagliati più.

Per l’Italia, il discorso cominciò subito dopo, e fu ben diverso. Nel 1980, all’Europeo casalingo, la Nazionale azzurra post-calcioscommesse mancò la finale di Roma e finì a giocare quella per il terzo posto contro la Cecoslovacchia campione in carica. Dopo l’1-1 stentato dei tempi regolamentari, finì 9-8 per i Cechi ai rigori, dopo l’errore decisivo di Fulvio Collovati, uno dei pilastri di quella squadra destinata due anni dopo a laurearsi campione del mondo.

Italia 80 fu un’anticipazione di Italia 90, in tutti i sensi. Nella delusione finale, con tanto di Germania Ovest in festa sul prato dell’Olimpico di Roma in entrambi i casi, e nelle modalità, maturate ai calci di rigore. La Nemesi azzurra nel 1990 si materializzò al San Paolo di Napoli contro una pessima Argentina che Diego Maradona trascinò fino alla resistenza al gol di Schillaci e poi fino ai penalties fatali per la Banda Vicini. Sbagliarono Donadoni e Serena, due che in campionato non sbagliavano mai. Vicini fu accusato di aver tenuto fuori Roberto Baggio.

Quattro anni dopo, negli USA, Baggio c’era, e portò la Banda Sacchi in finale di peso, malgrado il mister di Fusignano avesse commesso ben più errori di quello di Cesena. In finale, contro un Brasile più o meno ai livelli dell’Argentina di Napoli, gli azzurri avevano testa e gambe stanche. Baggio aveva una gamba sola, e purtroppo non era quella che serviva per calciare il rigore. Prima di lui avevano sbagliato due colonne, Franco Baresi e Daniele Massaro. Il suo quinto rigore serviva per non morire anzitempo. Invece fu la fine.

Altri quattro anni passati, dopo il rigore sbagliato da Gianfranco Zola che ci costò l’Europeo inglese del 1996, a Parigi ancora Baggio tenne in vita l’Italia malgrado il mister Cesare Maldini in lui ci credesse poco, preferendogli Zola e Del Piero. Ma la fortuna non gli arrise, come non gli aveva arriso in passato. Il suo quasi golden gol (un’altra diavoleria della FIFA che al pari dei rigori ci sarebbe costata lacrime e sangue) uscì d’un soffio, gelando il sangue ai francesi. Il suo rigore, il primo della serie come se quattro anni non fossero passati, quella volta entrò. Toccò a Gigi Di Biagio sbagliare l’ultimo, quando l’Italia era ancora in parità nel conto totale e la Francia cominciava a vedere qualche strega.

Baggio ha appena sbagliato il rigore a Pasadena nel 1994

Baggio ha appena sbagliato il rigore a Pasadena nel 1994

Rotterdam, anno di grazia 2000. I cucchiai si fanno e basta, se si è in grado. Non si promettono, caro Pellé. Due volte ci è andata a finire bene alla lotteria dei penalties. In semifinale a Euro Belgiolanda contro i tulipani che ci avevano fatto vedere i sorci verdi ma che di rigori quel giorno ne sbagliarono ben cinque, due nel tempo regolamentare e tre in conclusione. Francesco Totti segnò quel giorno uno dei due per cui la patria gli sarà per sempre eternamente grata. Quello del cucchiaio. In finale, ci si mise il golden gol di Trezeguet a fare quello che solitamente ci facevano i tiri dal dischetto: il danno oltre alla beffa.

Due anni dopo ancora golden gol, quello di Ahn coadiuvato dall’arbitro Moreno, in Corea del Sud. Due anni ancora, quella volta in Portogallo fu biscotto, quello di Ibrahimovic e Poulsen. Totti fece centro anche quella volta, ma sul viso del danese.

Per ritrovare l’Italia ai calci di rigore, bisognò arrivare alla finale di Berlino nel 2006. Quel giorno, Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero e Grosso non tremarono. Era l’anno nostro. Trezeguet ci restituì il golden gol di Rotterdam sotto forma di rigore sbagliato, l’unico francese, che ci bastò. Zidane aveva già fatto il suo incornando Materazzi e finendo sotto la famosa doccia anzitempo.

Nel 2008, chiusa parentesi positiva. Italia che tenne testa alla Spagna che studiava da campionessa, ma che ai rigori soccombette e proprio con un eroe di Berlino, De Rossi, nonché con uno che in campionato non sbagliava mai, Totò Di Natale.

Poi, un paio di eliminazioni al primo turno ai mondiali, in Sudafrica e Brasile, ed un Europeo egregio ma logorante in Ucraina – Polonia. La Spagna ce ne fece quattro, ma nei tempi regolamentari. In finale gli azzurri non ne avevano più.

Ieri l’altro, ancora la Nemesi. Tedeschi in bambola, che di rigori ne sbagliano tre, con Mueller, Ozil e Schweinsteiger. I migliori dei loro. Quando ricapiterà? Ma la buona sorte ci volta le spalle non appena vede la pantomima di Zaza, indegna perfino di un cortile di galline ed anitre, e soprattutto il gestaccio di Pellé a Neuer. Quando fai una cosa brutta e gratuita come quella, se c’è un po’ di giustizia perdi. E infatti.

Palla al centro. Avanti la prossima. Con una raccomandazione a mister Ventura. Sui rigori, lavoriamoci un po’, fermiamoci qualche minuto in più la sera, alla fine degli allenamenti. Se avessimo imparato a tirarli per tempo, chissà quante stelle avremmo sulla maglia. Altro che le quattro che ci tengono appaiati alla Germania. Una raccomandazione anche all’ex mister Conte. La Nazionale dà un senso ad una carriera. Più del Chelsea. Ma siamo certi che lui questo lo sa. E prima o poi quel senso vorrà tornare a darlo.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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