Battuta la Roja, sarà ancora Italia-Germania

di Simone Borri

Chiellini e Pellè, gli autori del 2-0

Chiellini e Pellè, gli autori del 2-0

FIRENZE – Rispetto, è la Spagna. Quattro anni dopo Kiev, arriva la rivincita azzurra, ed è il momento migliore per ricordarsi le parole di Iker Casillas, che invitò i compagni a non infierire su un’Italia allora in difficoltà. La Furia Roja arriva stanca all’appuntamento con la storia, l’ennesimo di questo ciclo avviato ormai più di dieci anni fa, che adesso il quotidiano di informazione sportivo iberico Marca definisce concluso.

Sulla faccia stremata di Chiellini, sul viso di Antonio Conte che ancora non riesce a distendersi nella gioia e ancora mostra i segni dell’incredibile tensione di questo ottavo di finale, c’è tutta la verità a proposito della reale condizione dei campioni uscenti. La verità è che l’Italia ha fatto una grande partita, la partita della vita. Ma la Spagna, pur arrivata a questo Europeo con la stanchezza di chi ha portato quattro squadre agli atti conclusivi della Champion’s e della Europa League e di chi è costretto sempre e comunque ad essere all’altezza di se stesso e del proprio grande passato, ha messo in campo orgoglio, hombria, e negli ultimi minuti – quando è toccato agli azzurri avvertire la stanchezza – qualche sprazzo di quel gioco che da Vienna a Johannesburg a Kiev aveva incantato il mondo. E allora c’è stata gloria anche per Gigi Buffon.

Il ciclo spagnolo è tutt’altro che finito. Ma è singolare che a poche ore di distanza e migliaia di chilometri scenda il crepuscolo sul sogno di Leo Messi di vincere anche con la sua Nazionale ed anche su quello delle Furie Rosse di fermare il tempo ed allungare un glorioso palmares. Lo squadrone catalano che ha nascosto il pallone al mondo scopre che il mondo non è rimasto fermo. E soprattutto non lo è rimasto, appunto, il tempo.

La gioia di Chiellini

La gioia di Chiellini

La smorfia finale di Andres Iniesta ricorda quella di Andrea Pirlo a Kiev quattro anni fa. C’è la consapevolezza che quel tempo maledetto è l’unico avversario che non si può dribblare. C’è anche la sensazione che il vento soffi al contrario, e quello che in passato filava dritto e finiva nella porta avversaria adesso finisca fuori o tra le braccia del portiere. Quel portiere che quattro anni fa si era chinato quattro volte a raccogliere il pallone in fondo alla rete e che stasera sembrava tornato quello dei vent’anni.

Vent’anni. Tanti ne sono passati dall’ultima vittoria italiana in gara ufficiale contro i cugini spagnoli. In campo c’era un’altra generazione. Antonio Conte allora giocava, e nemmeno da titolare, era agli esordi. Giocava Roberto Baggio, quello che portò le notti magiche negli U.S.A., e che portò la partita dalla parte dell’Italia all’ultimo istante, dopo una fuga per la vittoria che oggi Darmian e Pellé sono quasi riusciti ad imitare.

La follia di chi ha sorteggiato i gironi a questo Euro 2016 ha fatto sì che si incontrassero negli ottavi due squadre che avevano disputato l’ultima finale. Due squadre che oggi hanno dimostrato di essere – ci sia consentito dirlo –una spanna sopra tutte le altre, con l’unica possibile eccezione della Germania. E se così è, lo vedremo subito, perché al prossimo turno si rinnova un altro scontro epocale. Nei quarti sarà Italia-Germania. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Antonio Conte

Antonio Conte

Italia-Spagna, avevamo scritto presentandola, è la storia del calcio. Italia-Spagna a Saint Denis, stadio dove gli azzurri non hanno mai vinto e gli spagnoli sì, una volta, sembra una partita di un altro Europeo. Uno di quelli del passato dove si giocava ancora gran calcio. Partita da dentro o fuori. Partita che prevedeva comunque un addio, alla fine. Quello di Antonio Conte, se avesse perso. Quello della Roja, almeno a questo torneo in cui era imbattuta dal 2004.

Conte non ha voglia di vedere ancora la fine di questa avventura azzurra. Per il Chelsea c’è tempo. Conte ha il fiuto dell’uomo di campo di razza. Sente che il vento stavolta soffia lievemente dalla parte degli azzurri. Che di sicuro hanno più fame e meno acido lattico nelle gambe di questa Spagna, carica di gloria ma anche di ferite. Sente che può ritagliarsi un posto nella storia battendo chi ha fatto la storia recente.

Vicente Del Bosque, nominato marchese da Re Juan Carlos dopo la vittoria mondiale del 2010, ha invece il problema di tutti i grandi conducadores, non soltanto spagnoli. Il problema di Bearzot, di Lippi, noi lo conosciamo bene. Gestire il crepuscolo dei suoi campioni, e trovar loro dei sostituti all’altezza. Adesso nessuno in patria gli perdonerà di aver tenuto fuori gente come Isco, Saul Niguez. La verità è che Iniesta, Xavi, Fabregas, Piqué, Sergio Ramos non li sostituisci. Li tieni in campo finché ce la fanno. E poi esci dal campo con loro, quando non ce la fanno più. A testa comunque alta, e con l’onore delle armi.

La gioia di Pellé

La gioia di Pellé

L’Italia che gli si para davanti ha la fame dei ragazzi che si affacciano ora al grande calcio e di un tecnico che vuole essere ricordato come vincente. Unita a ciò, l’esperienza della vecchia guardia dei legionari Buffon, Chiellini, Bonucci, Barzagli. Gente che aveva quasi messo sotto il Barcellona, la scorsa Champion’s League, se l’arbitro turco Cakir, lo stesso di oggi, non avesse arbitrato addirittura peggio di oggi. Gente che aveva fatto fuori il Bayern quest’anno, se solo il fiato avesse retto altri cinque minuti.

Antonio Conte deve rinunciare a Candreva. Il destino gli offre un De Sciglio finalmente all’altezza delle sue promesse. Gli mantiene un Giaccherini in formato spaziale, un De Rossi in formato Berlino, un Parolo e un Florenzi che non si pongono più limiti, un Eder in formato Sampdoria e un Pellé che si carica sulle spalle da solo l’attacco e ne tira fuori un reparto. Prende botte, si rialza, ne dà, prende il cartellino a sproposito di Cakir, prende un valium e si dispone ad una partitaccia di sacrificio e di pazienza. Col Belgio arrivò alla fine il suo momento. Anche oggi sarà così.

Primo tempo da stropicciarsi gli occhi. Gli spagnoli vorrebbero riprodurre il proverbiale tiki taka, ma gli italiani si avventano su tutti i portatori palla e li travolgono in velocità. Sono almeno due le occasioni clamorose azzurre per passare, compresa una rovesciata alla Pelé di Giaccherini ingiustamente annullata dall’arbitro per gioco pericoloso. Dall’altra parte, de Sciglio salva su Fabregas, e per la Spagna è tutto.

Tifosi italiani a Saint Denis

Tifosi italiani a Saint Denis

Quando al ’31 Pellé viene atterrato appena fuori l’area spagnola, il pensiero corre ad Andrea Pirlo. Lungo conciliabolo azzurro, le gerarchie non sono stabilite. Alla fine la spunta Eder, e gli dei mostrano di non avere l’Italia in dispetto quest’oggi. Il tiro del brasiliano naturalizzato è un missile su cui de Gea non trattiene. Sulla palla Giaccherini, e soprattutto Chiellini. 1-0, e non solo i tifosi azzurri cominciano a stropicciarsi gli occhi.

A fine tempo Florenzi e Giaccherini potrebbero addirittura raddoppiare, ma l’erede di Casillas fa miracoli. Nella ripresa, Del Bosque cambia Nolito con Aduriz. Ma è la musica a non cambiare, anche se la Spagna comincia a prevalere nel possesso palla, che a fine primo tempo era sorprendentemente in parità. Combina poco Morata, mentre De Rossi accusa la fatica e obbliga Conte ad inserire Thiago Motta.

Al ’55 fuga di Eder, ma il miracolo riuscitogli contro la Svezia non si ripete. Si resta sul filo dell’1-0, mentre la Spagna lentamente chiude gli azzurri nella loro metà campo. Due percussioni italiane al ’60 però potrebbero chiudere il discorso. Manca un po’ di cinismo in area, e Giaccherini comincia a mostrarsi in debito di ossigeno. Ma Conte sorprendentemente non cambia fino ai minuti finali.

Esce Morata per Vazquez. Al ’71 Iniesta costringe Buffon alla prodezza salva-patria con un tiro dal limite. Poi Piqué, murato ancora dal portiere azzurro. Gli azzurri sono costretti indietro, Conte toglie Eder per Insigne e Florenzi per Darmian. I minuti non passano, anche se è Insigne il più pericoloso all’85 con una fuga in perfetto stile Eder. De Gea risponde alla Buffon.

Al ’90, Cakir concede quattro minuti di recupero, e sembrano un’enormità per gli italiani stremati dalla fatica. Ci vorrebbe una prodezza come quella nella prima partita. Oppure come quella che – proprio al ’90 – ci dette l’ultima vittoria contro la Spagna più di vent’anni fa. Roberto Baggio ormai è un signore brizzolato che guarda le partite della Nazionale alla TV. Tocca ad uno dei suoi eredi. Tocca a Darmian trovarsi in area sulla ripartenza dopo l’ennesimo calcio d’angolo spagnolo. La difesa iberica è scoperta, anche se mura il tiro dell’ex torinista. Ma la palla rimbalza a centro area e lì c’è Graziano Pellé. Che ricorderà questo gol, in tutto simile a quello segnato al Belgio, finché campa.

La gioia finale del clan italiano è quella travolgente delle grandi imprese. Stavolta Conte riesce a scatenarsi senza farsi male. A ringraziare Xavi, la storia del calcio spagnolo, per i complimenti appena ricevuti. E a far capire alla Germania che quella che l’aspetta adesso è la peggiore delle partite possibili, per lei. Come sempre, da sempre.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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