Come Natura crea, Alfano conserva

di Simone Borri

Angelino Alfano

Angelino Alfano

FIRENZE – «Abbiamo evitato l’approvazione di una legge contro natura». Così Angelino Alfano subito dopo il voto del Senato alla legge sulle unioni civili che era entrata in aula come proposta Cirinnà e che alla fine ne esce senza che nessuno sappia più come chiamarla, a prescindere da come la pensi.

Sempre a prescindere, è una delle pagine più nere della storia civile d’Italia. La frase infelice del vicepresidente del consiglio riporta alla mente epoche oscure che si credevano ormai superate. E’ forse questo – più del voto decisivo di Verdini e dei verdiniani che apre ufficialmente la crisi del partito democratico – l’aspetto peggiore di tutta la questione, da qualunque prospettiva la si guardi.

Bisogna risalire probabilmente al pontificato di quel papa Pio XII di cui ricorre oggi l’ascesa al Sacro Soglio pontificio per trovare esempi di consapevole discriminazione di orientamento sessuale da parte di un esponente della compagine governativa italiana. Erano altri tempi, un’altra società. Il cardinale romano Eugenio Pacelli era diventato successore di Pietro il 2 marzo 1939, in un momento in cui sembrava che Nazismo e Comunismo avrebbero fatto a gara per spazzare via il mondo.

L’Ultimo dei Papa Re aveva regnato su una Chiesa Cattolica a cui la società non riconosceva più alcun potere temporale, ma ancora tutto quello spirituale, compreso di stabilire cosa era secondo natura e cosa contro. Lo Stato italiano, pur nella forma repubblicana, era ancora quello dei Patti Lateranensi e obbediva ossequiosamente. Roma era città sacra, per dirne una, e non si poteva affiggere manifesto pubblicitario o proiettare film contrari alla pubblica morale: quella stabilita da una censura che più che dal Viminale prendeva istruzioni e direttive direttamente Oltretevere.

Di tutto questo credevamo di esserci liberati – come collettività – dopo il Concilio vaticano II e la liberalizzazione della nostra società dal punto di vista non soltanto sessuale, ma più in generale laico operata dagli anni sessanta in poi da una componente riformatrice (Partito Radicale in primis, ma non soltanto) che aveva cominciato in sordina, tra gli strali e gli sberleffi della classe dominante e della suddetta morale comune ma che poi aveva finito per ingrossare fino a diventare un’onda oceanica. Uno tsunami che aveva adeguato le nostre istituzioni a quelle del resto d’Europa.

Restava indietro per l’appunto il Diritto di Famiglia, e scusate se è poco, visto che a norma della nostra laicissima Costituzione la famiglia è tutt’ora la base irrinunciabile della nostra convivenza civile. Più difficile stabilire che cos’è famiglia e come gestirla. La materia era stata fatta oggetto di significative riforme: una nel 1975 aveva finalmente recepito e sistematizzato il quadro normativo sconvolto dalla legge Fortuna – Baslini e dal referendum abrogativo che aveva mantenuto nel nostro ordinamento il divorzio a seguito del celebre e storico NO, l’altra nel 1987 aveva introdotto importanti innovazioni – per l’epoca – soprattutto in materia di minori e loro tutela.

Dopo quasi trent’anni, alzi la mano chi può dire che il mondo in cui viviamo, perfino nella nostra arretrata Italia, ha ancora qualche parentela con quello del 1987. Serviva una nuova legge quadro per il diritto di famiglia che fosse frutto magari della elaborazione più serena possibile da parte di componenti sociali e loro rappresentanze con l’ausilio di addetti ai lavori. Così come Gino Giugni aveva firmato lo Statuto dei Lavoratori, Franco Basaglia la riforma degli istituti psichiatrici, Franco Bassanini la riforma della pubblica amministrazione e via dicendo, serviva una personalità che – a differenza di quanto è stata oggettivamente in grado di fare la pasionaria Monica Cirinnà – raccogliesse le istanze della società civile e desse loro sistema.

Niente di tutto ciò. Lo scontro frontale che si è creato fin da subito tra fautori delle unioni e delle adozioni gay (come se tutto il resto della società italiana, la componente peraltro maggioritaria, non fosse interessata o addirittura afflitta da problematiche analoghe) e fautori della legge naturale secondo la vulgata vaticana ha privato il nostro paese dell’opportunità di mettersi al pari con l’Unione Europea in uno dei settori onestamente più delicati della legislazione e del codice civile.

Sinistra oltranzista e destra clericale l’hanno fatta spesso da prepotenti padroni nelle nostre dinamiche societarie. Ma francamente non immaginavamo di trovarci nel 2016 ad assistere allo spettacolo di una pessima legge approvata per di più a brandelli e da maggioranze innominabili, mentre da un lato i facinorosi filo-Cirinnà maledicono tutto e tutti (compresi eterosessuali e minorenni che avrebbero beneficiato solo in parte di un disegno di legge cervellotico e astruso) e promettono vendette come il truce Suyodhana capo dei Thughs nei Misteri della Jungla Nera di Salgari, mentre dall’altra i vandeani di Alfano inneggiano a un diritto naturale che sembra francamente quello in nome del quale fu bruciato sul rogo a Campo de’ Fiori Giordano Bruno, sempre per restare in tema di ricorrenze.

La frase di Alfano è brutta, che più brutta non si può. Ma più brutto ancora è il fatto che in questa vicenda politica nessuno si preoccupi del consumatore finale della norma prodotta: il cittadino. Che avrebbe bisogno di sapere come regolarsi allorché intenda convivere con un partner quale che sia, che avrebbe bisogno e soprattutto diritto di vivere – da minorenne – in realtà più gratificanti ed edificanti degli orfanotrofi senza dover dipendere dal buon cuore di qualche assistente sociale più illuminato, che avrebbe bisogno di vedere i soldi che paga di tasse da cittadino spesi un po’ meglio di quanto non avvenga adesso da parte della propria classe politica. Che continua a cedere tra l’altro ad uno stato estero, il Vaticano, la propria prerogativa sovrana di potestà legislativa, e se ne vanta pure.

«Padre, Padre….libera chiesa in libero stato….» Furono le ultime parole sul letto di morte di Camillo Benso Conte di Cavour, il primo presidente del consiglio della storia d’Italia. L’ultimo pensiero del padre del Risorgimento prima di chiudere gli occhi per sempre fu quello di lasciarsi dietro un paese che seguisse presto l’esempio dei grandi stati liberali d’Europa, Francia e Gran Bretagna. Il suo ultimo e più giovane successore, quel Matteo Renzi venuto su promettendo riforme a destra e a manca e purtroppo attuandole, può vantarsi di una legge che forse avrebbe scontentato perfino il cardinale Bellarmino, il boia di Giordano Bruno. Il quale si sarebbe forse servito senza scrupoli di un Denis Verdini, ma difficilmente l’avrebbe fatto sedere accanto a sé sugli scranni del Santo Uffizio.

Quanto ad Alfano, per definirlo abbiamo terminato le immagini del bestiario. La nostra fantasia non arrivava a tanto. Che la natura, la nostra disgraziata natura di italiani, faccia dunque il suo corso.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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